Prodotti del Mar Morto "Dr. Nona"

mapAvevo 17 anni  quando un giorno ho ricevuto due notizie. La prima riguardava il fatto che ero diventata una studentessa iscritta all’Università di Medicina in Minsk, la seconda - dopo un esame istologico mi era stato diagnosticato un linfosarcoma.
Esso consisteva in un rapido ed impetuoso tumore che piano mi soffocava. La sua pressione aumentava costantemente e lentamente mi scese giù nel collo. Mi prescrissero  una cura con radiazioni,  prima di subire un intervento chirurgico, sperando che il tumore potesse regredire. A mia mamma impedirono di farmi visita perché in quello stesso periodo c’era il pericolo di contagio per via di una brutta influenza.
Tutto il mio futuro stava diventando di un buio pesto. In ospedale, ricoverata per affrontare le cure, trascorrevo la maggior parte del tempo affacciata alla finestra della mia stanzetta, mentre le lacrime causate dalla solitudine, dalla paura e dalla disperazione mi rigavano le guance, sincronizzandosi con la caduta della neve, fuori.
Cominciai a fare le sedute con le radiazioni  (conosciuto nel nostro gergo come il “cannone”), per svolgere questa procedura  vi andavo con le mie gambe, ma al ritorno  mi riportavano in stanza su una sedia a rotelle. Mia mamma sapeva l’orario dell’inizio del trattamento e riusciva ad avvicinarmi e a baciarmi e poi pazientemente aspettava il mio ritorno.
Per ogni seduta che avrei dovuto sostenere, dentro il cosiddetto “cannone”,  restavo da sola nella stanza. Ricordo che essa era circondata da pareti spesse di colore sabbia scura. Il mio corpo era  esausto per il peso del grembiule di piombo, che mi facevano indossare per ripararmi dalle radiazioni,  il quale mi impediva ogni tipo di movimento. Quando mi lasciavano sola all’inizio del trattamento, avevo sempre la sensazione di cadere in un pozzo profondo e buio, da dove era difficile uscire. Mi sembrava che il periodo delle sedute con radiazioni che dovevo sostenere prima dell'intervento chirurgico, non avrebbe avuto mai fine.
Nello stesso tempo i medici avevano deciso di aggiungere degli ormoni alla terapia. L'operazione fu rinviata perché il tumore si era fuso con la carotide e non era affatto diminuito. Le possibilità per la rimozione totale del tumore, erano pari a zero. Inoltre si sono aggiunti gli effetti collaterali della terapia aggiuntiva con gli ormoni: il mio corpo si gonfiò e il volto divenne rotondo come la luna. Poi un overdose degli stessi mi causarono delle piaghe, che a poco a poco si trasformarono in croste purulenti, che ricoprivano tutto il corpo. Questo si aggiunse allo scompenso del battito cardiaco, causandomi un respiro corto, un forte dolore alle ossa e continua astenia. Ricordo che cominciai a mangiare di tutto: pane, dolci, frutta, persino l’odiata “zuppa ospedaliera”. Mia mamma, aggiungeva altro cibo che mi portava da casa.
Nel frattempo crescevo e diventavo grande,  ed ogni giorno la gente ricoverata accanto a me moriva. La sera prima dell’operazione le pazienti conviventi nella mia stanza mi persuasero a tagliare la mia lunga treccia di capelli. Urlai: ”No!”, mettendo in questa locuzione tutta la mia forza, una reazione che era in netta opposizione alla possibilità di morte!
Nella stessa mattina, prima dell’operazione, entrò mio padre nella stanza e mi fece calzare una scarpa  bianca in un piede, e una scarpa rossa sul’altro piede dicendomi: ”devi consumare tutt’e due le paia, figliola” si riferiva ad un nostro modo di dire, per incitarmi a vivere.
Dopo cinque ore di operazione il professore Kabakov uscendo dalla sala operatoria, disse:”Questa è la fine! Le ho toccato la carotide, le mancano solo pochi minuti di vita”. Ma Dio non mi abbandonò, e grazie a Lui, non sono morta!
Durante la  settimana di chemioterapia diventai  uno scheletro con cerchi neri sotto gli occhi e con un tumore enorme sul collo. Il viso era ricoperto dai capelli neri lanuginosi che stavano piano cadendo. La mia treccia lussureggiante cambiò il suo colore e divenne sottilissima e per la mia tranquillità hanno rimossero lo specchio nella mia stanza per evitare che rispecchiasse il mio stato. La malattia non regrediva.
Solo grazie ai dottori, al mio desiderio di vivere, all’energia instancabile ed all’ottimismo di mia madre ed alle preghiere di mia nonna, sono rimasta viva!
Questi prodotti che voglio oggi presentare, del “Dottor Nona”(la parola “dottor” in lingua russa si riferisce indifferentemente sia a uomo che a donna, in questo caso dottor Nona è una donna ), sono un piccolo dono, una serie di cosmetici che voglio regalare a tutti quelli che hanno bisogno di particolari trattamenti per la cura del proprio corpo, o per quelli che devono riprendersi da brutte malattie che lasciano dei segni a volte indelebili!
Riuscendo a debellare la mia malattia ho avuto la possibilità di realizzare un sogno della mia vita con l’aiuto di altri dottori, ossia: riuscire, dopo un’attenta ricerca, a realizzare i prodotti presentati qui di seguito.


Dottor Nona